Quella volta che incontrai uno straniero alto e bruno! Versione Integrale

Quella volta che incontrai uno straniero alto e bruno! Versione Integrale

QUELLA VOLTA CHE INCONTRAI UNO STRANIERO

 ALTO E BRUNO!

 

Tutto ebbe inizio una mattina di Giugno. Mi alzai  ed ero indecisa se scendere in pigiama a far colazione fuori nella veranda o se mettermi qualcosa di più decente. Per fortuna decisi per la seconda possibilità!!! Non so neanche io perché. Comunque…procediamo con ordine.  Scesi, uscii fuori, e, seduto con il giornale in mano, intento nella lettura,  c’era questa meraviglia del genere umano. Viso bellissimo e fisico perfetto. Ah.. dimenticavo..aria ed espressione intelligente..che non è poco!  Come misi un piede fuori, alzò la testa dal giornale e mi disse “ciao”. Io, tipo salame imbalsamato, ansimai qualcosa tipo “Ah, ciao ma..ci conosciamo?” e rimasi impalata a bocca aperta con un sorriso melenso dipinto in faccia. Dopo qualche secondo mi accorsi del suddetto sorriso e cercai di ricomporre la faccia. Ma lo stupore era pietrificante. A onor del vero, tutto era reso ancora più avvincente dal fatto che anche lui non era rimasto indifferente..anzi! Corrispondenza totale. Nell’aria erano sospesi i pensieri di entrambi che dovevano suonare tipo, Io, “E tu chi sei? Da dove sei sbucato? Oh mio Dio!! Ma cos’è, uno scherzo? Chi l’avrebbe detto di trovare questo figo spaziale materializzatosi dalla notte alla mattina? Che ci fa questo sconosciuto a casa mia?”. Lui, “Ah, però, e questa chi è?? Io pensavo che ci fossero solo Marta e Giovanni..però però però..Buongiorno bellezza…la giornata si prospetta interessante!!!”

Ecco. A questo punto, per qualche frazione di secondo, mi si era fatto il buio nella mente. Sparito Giacomo, spariti tutti, esisteva solo lui, l’attraente e affascinate sconosciuto che mi fissava ipnotizzato, l’inviato del destino!! Ma come era stato possibile?? Bastava così poco? E tutto così in fretta??? Brividi di freddo lungo la schiena e poca padronanza del proprio viso. Anche se in quel frangente sarei dovuta essere, per mia tutela e tutela del mio fidanzato, super padrona di me stessa per simulare e ostentare una inesistente indifferenza rispetto alla COSA che stava succedendo..

Quindi eravamo li, faccia a faccia. Feci uno sforzo disumano per riprendermi. Un rapido check mentale su come mi ero combinata e il risultato fu angosciante. Mi stavo guardando dall’esterno con l’occhio implacabile  di chi si rende conto che farebbe meglio a sgattaiolare di sopra con una scusa qualsiasi, rimettersi a posto,  e scendere per ricominciare tutto da capo. Ok, sono una ragazza carina. Sfido però chiunque a trovarsi solo minimamente decente nelle mie condizioni. Appena alzata dal letto. Quindi non solo senza un filo di trucco ma con la faccia stropicciata che iniziava appena a ritendersi. Vestita..vestita? Oibò no! Non ero proprio vestita, ero coperta da uno straccetto nero datato 19…che tenevo nella casa al mare per stare comoda. E i capelli? Orrore degli orrori! Un groviglio tenuto su da una pinza. E non mi ero neanche fatta la doccia. Oddio! Insomma  il mio rapido check aveva avuto esito negativo.  Lui però non sembrava tanto devastato dalla visuale.

“Ciao”, risposi, mentre distrattamente tiravo via la pinza dai capelli e cercavo di sistemarmeli con le dita. Ma mi fermai all’improvviso. Oh no! Mi ero dimenticata che è una di quelle cose da non fare MAI. Intendo passarti la mano tra i capelli se c’è uno che ti piace. Insomma, se lo fai è chiaro che ti piace. “Se ne sarà accorto?” pensai, mentre lo guardavo senza distendere il sorriso che ormai mi stava paralizzando la faccia.

“Io sono Francesco..”. Continuavo a guardarlo negli occhi. Un po’ perché non riuscivo a farne a meno e un po’ perché così forse si sarebbe distratto dal resto di me. “Sono il cugino di Marta..”. Come sarebbe il cugino di Marta? Mai visto né conosciuto prima d’allora. Per un attimo mi sentii fortemente ingannata dalla ragazza di mio fratello che mi aveva tenuto all’oscuro per anni dell’esistenza di costui. “Ieri notte non c’era e nessuno mi ha avvertito che sarebbe venuto a Stintino! Com’è che adesso è qui che si legge il giornale? Ma perché nessuno mi avverte delle cose importanti che succedono sotto il mio tetto? “Forse perché la visita del cugino non è considerata una cosa importante”, mi risposi subito. “Mi spiace per l’improvvisata ma ero a Sassari, ho chiamato Marta, loro erano qui e mi hanno detto di venire..”. Ah ecco! Mi sembrava strano! Era successo tutto la mattina stessa. “Però, neanche fosse Natale!” pensai con un certo entusiasmo.

Francesco era alto, bruno, viso bello dai tratti prettamente maschili, bei denti, leggera abbronzatura, fisico atletico,  aria ironica nello sguardo..”Ci deve essere una pecca..” pensai mentre mi presentavo a mia volta “Sono Lisa, la sorella di Giovanni”. “Piacere”. Le nostre mani si strinsero per qualche secondo. Che brivido! Ma torniamo alla pecca. Doveva esserci assolutamente qualcosa che non quadrava in tanta apparente magnificenza. Ma cosa? Forse non era molto intelligente…forse faceva qualcosa che mi avrebbe deluso..forse era gay! Ecco..gay no. No, no. Non mi sembrava proprio. Anzi! Vabbè. Investigai un po’. Magari mi avrebbe rivelato qualcosa che me l’avrebbe fatto scendere. Forse aveva solo la quinta elementare o giù di li o faceva un lavoro improbabile tipo operatore ecologico..con tutto il rispetto..ma insomma..Cercavo disperatamente qualcosa che non mi piacesse in lui.

“Ma non è sceso ancora nessuno? Ti hanno abbandonato qui? Vuoi fare colazione?”, gli chiesi. Lui rise. Una risata dal timbro profondo e chiaro. Ero messa male. Mi piaceva anche la risata. “No, non mi hanno abbandonato. Sono andati a prendere cornetti e paste per la colazione”. “Ah ecco..”. Intanto avevo guadagnato la sedia e mi ci lasciai cadere con nonchalance. Lo sguado esterno mi stava facendo impazzire. Mi sentivo tutt’altro che seduttiva. Accidenti. Se mi avessero chiesto di disegnarmi in quel momento avrei scarabocchiato un calimero dallo sguardo terrorizzato. Non mi sentivo attrezzata per fronteggiare il bel tenebroso ma feci finta di niente.

“Sei..di Sassari?” azzardai. “No. Sono di Roma ma ero qui per lavoro” rispose piegando il giornale e appoggiandolo sul tavolo. “Di Roma? Ma come? Anche io vivevo a Roma. E allora? Viveva a Roma come altre due milioni e mezzo di persone!”. Perché mi sentivo come se Roma fosse una mia proprietà privata?

“Lavoro? Di cosa ti occupi? Come mai a Sassari?” Eccoci qui. Adesso forse mi avrebbe rivelato qualcosa di assolutamente inaccettabile che avrebbe rotto quella specie di incantesimo. Esitò un attimo prima di rispondere. La cosa mi parve un buon segno. Poi se ne uscì con “Ieri c’era un convegno all’università e ho deciso di aggiungere il week end all’ultimo momento”. Quindi? Aveva seguito un convegno? Certo! Era ancora all’Università. Studiava. Alla sua età? Sarà stato sui trent’anni. Ecco la pecca. Piccola ma c’era. A trent’anni suonati ancora sui banchi di scuola, o giù di li. Cercavo di visualizzarlo con un grembiulone blu con fiocco. “In che facoltà sei iscritto?”, gli chiesi sentendomi appena più sicura di me. “Veramente mi sono già laureato da un pezzo. Vedi, il convegno lo tenevo io..insegno diritto penale all’Università di Padova”. Una bomba avrebbe fatto meno effetto. Questo era troppo. Era un professore! E quando aveva iniziato? All’asilo?

Lo fissavo senza fiato. Questo era il mio uomo ideale! E mentre mi crogiolavo al pensiero, il mio uomo reale irruppe nella scena. “Disturbo?”. Ci voltammo all’unisono. Giacomo era in piedi e ci stava fissando.   “Ciao!”. Ecco, ero partita già malissimo. Perché non gli avevo detto “ciao amore”, come sempre? “Se ne sarà accorto?”, pensai, scrutando nei suoi begli occhi grigi e cercando disperatamente di avere un’aria rilassata e normale. Giacomo stava li in piedi, sorrideva. Subito rivolse lo sguardo con aria interrogativa verso Francesco. Aveva già un’aria sospettosa o stavo ingigantendo tutto con la mia colpevolissima immaginazione?

“Ciao,Giacomo”, “piacere Francesco”. Silenzio. “Sai? Francesco è il cugino di Marta!”, intervenni con brio, forse un po’ troppo brio. “Era qui in Sardegna, perché sai..beh..fa il professore..aveva un convegno a Sassari e ha deciso di allungare con un week end al mare..e insomma..ha chiamato Marta e..eccolo qui!”. Silenzio. Ancora non avevo presentato Giacomo come il mio fidanzato. Una parte di me non voleva che si sapesse. Era folle! Giacomo non lo diceva e io stavo zitta nella puerile speranza che la cosa non uscisse mai fuori. Per una frazione di secondo ebbi la tentazione di non dirlo mai. Già immaginavo come avrei fatto, destreggiandomi con le parole tipo equilibrista, non standogli appicicata e non baciandolo – figuriamoci! – in sua presenza, per due giorni…uhm..due giorni.. Forse ce l’avrei fatta! Forse avrebbe pensato che Giacomo fosse solo un amico, magari un amico che ci provava con me.., beh, era plausibile, la cosa poteva riuscire. Poi avrei deciso con calma il da farsi in base agli sviluppi..”Ma sei completamente pazza?”. La mia vocina buona si era fatta sentire. “Che vuoi?”, l’apostrofai sgarbatamente. Poi non potei continuare la conversazione perché Giacomo si stava avvicinando con la chiara intenzione di darmi un bacio. Oddio! Mi alzai di colpo. “Facciamo un caffè?” dissi e mi diressi a passo spedito dentro casa senza aspettare una risposta. “Magari, grazie!” la voce di Francesco mi arrivò che già stavo svuotando la caffettiera e la stavo riempiendo di nuovo. “Giacomo scusa, verresti un attimo ad aiutarmi?” dissi col tono più neutro possibile. Non certo il tono che si ha col fidanzato. O forse sì, dipende dalla fase del fidanzamento. I pensieri mi galoppavano in testa mentre il mio corpo andava per i fatti suoi, articolando ragionamenti insensati.

Giacomo entrò dentro. A quel punto, un orrendo senso di colpa e un accenno di nausea alla bocca dello stomaco mi fecero rabbrividire. Lo guardai e inorridii di me stessa. Io amavo Giacomo, lo amavo veramente! E lo baciai abbracciandolo forte. Lui mi scostò un po’ per guardarmi negli occhi “Ehi, che succede?”, mi disse con aria dolce “Stai bene?”. “Si”, gli risposi, “mi mancavi..”. Che caspita stavo facendo? E che diavolo stavo dicendo? Urgeva un colloquio privato e molto severo con me stessa. Dovevo andare in camera mia, chiudermi a chiave e calmarmi, calmarmi, calmarmi, senza essere disturbata da nessuno. “Così magari ti sistemi un po’ che ne hai bisogno” aggiunse la mia vocina cattiva. “Tu taci!”, le risposi zittendola all’istante. Però aveva ragione in pieno. Ordine fisico e mentale. Poi avrei visto tutto più chiaramente.

“Devo andare un attimo di sopra amore. Lo controlli tu il caffè? E intrattieni anche un po’ il cugino di Marta”. Con calma e disinvoltura apparenti mi diressi di sopra. Girato l’angolo corsi su per le scale diretta in camera mia, da dove, con la finestra aperta si poteva sentire cosa succedeva di sotto. Non si poteva mai sapere.

Eccomi li, davanti allo specchio che rimandava un’immagine da dimenticare. Mi fissai negli occhi e mi costrinsi a respirare. Da giù non veniva alcuna voce. O parlavano piano o stavano zitti. Il tiepido caldo di Giugno e la leggera brezza estiva che mi portava su il profumo della bouganville, mi davano un senso di ebbrezza. Mi sentivo come l’eroina di qualche romanzo ottocentesco. Con l’anima travagliata e palpitante. Come mi sentivo viva in quel momento! Il sangue mi scorreva veloce per le vene ed ero in quello stato a causa di Francesco.

“Ora basta!”, mi scossi con forza per uscire da quello stato irreale. “Veramente, basta così. Torna in te! Ok, è carino, ma tu stai con Giacomo, ricordi? Giacomo, che hai voluto disperatamente, che ami disperatamente, che quando ti aveva lasciato per 20 giorni, volevi ammazzarti, ricordi? Sveglia! Che ti sta succedendo?”. Non riuscivo a rispondere a me stessa. Non avevo idea di cosa mi stesse succedendo. Era la prima volta che provavo una sensazione del genere. Amare un uomo, tantissimo, tanto da non riuscire a immaginare la mia vita senza di lui, e contemporaneamente provare un’attrazione devastante per un altro. Attrazione che io sentivo anche ricambiata. Tutte le cavolate sul destino, sull’anima gemella, e chi più ne ha più ne metta, mi stavano assediando, circuendo e dovevo fare assolutamente qualcosa per poter tornare di sotto e riprendere in mano quell’assurda situazione. “Dai”, continuai cercando di convincermi, “lo sai che hai un’immaginazione un po’ troppo sviluppata alle volte, no?”. “Si”, mi risposi consapevole “E allora? Cosa pensi di fare? Agire in preda a non si sa che? Non è meglio ragionare? Quello non sai neanche chi sia! Magari è fidanzato! Forse sposato, che ne sai?”. Oh mamma mia, non ci avevo pensato. Era vero, poteva benissimo esserlo. E io ero li pronta a rovinare tutto col mio fidanzato adorato, per…cosa? “No, la verità è che sei veramente pazza! Pazza! Capito?”, mi urlai. Si, avevo capito. Dopo essermi lavata, cambiata, truccata un po’ ma non troppo – che non pensasse che ero salita su per truccarmi! – ero pronta per scendere giù e vuotare il sacco. Io stavo con Giacomo, amavo Giacomo e non gli avrei mai fatto una cosa del genere. Francesco l’avrebbe saputo perché gliel’avrei detto io stessa. Non appena avessi trovato la forza di affrontare il suo sguardo.

Scesi giù. Avrei detto “Amore? Tutto bene con il caffè?”, proprio davanti a Francesco e avrei baciato Giacomo. Un’ultima occhiata nel grande specchio in sala e mi sentivo pronta. Uscii fuori sorridente e sicura di me cinguettando “Giacomo!”. Il cinguettio però mi si strozzò in gola perché mentre mi rendevo conto che non c’era nessuno, mi scontrai letteralmente con Francesco. Eravamo vicinissimi. Rimanemmo così. “Pare che sia stato abbandonato di nuovo”, mi disse a voce bassa mentre mi guardava negli occhi. “Giacomo è stato chiamato da Giovanni perché gli serviva una mano con la barca, a quanto pare..”. Silenzio. E fu allora che, mentre eravamo occhi negli occhi, consapevoli di quello che stava accadendo tra noi, e le nostre mani stavano per toccarsi, “BOOOOOOM!!!”. Un rumore assordante, contornato da un tremendo odore di bruciato, interruppe il nostro idillio. Oh no! Era esplosa la caffettiera! Ritornando indietro, tipo rewind su un dvd, mi rividi intenta a preparare il caffè. Ma in quell’immagine c’era un particolare che mi sfuggiva, qualcosa di stonato. Certo! Ma che deficiente! In preda ai palpiti mi ero dimenticata di metterci l’acqua. “Aaah!”, urlai avvinghiandomi a lui. “Aaah!” fece lui di rimando. “Ma che è stato?”, chiese un po’ agitato, visto che non aveva una chiara visuale sulla cucina. Notavo intanto come la sua forte stretta non mi mollasse neanche per un secondo. Come mi sarebbe piaciuto poter dire qualcosa, tipo Rossella ‘O Hara, “Rett, stringimi, sono i cannoni dei nordisti …” e aspettare che mi baciasse, con l’incendio di Atlanta sullo sfondo. Invece dissi “E’..è stata la caffettiera..Io..credo di essermi dimenticata di metterci l’acqua dentro ed è…”. “Esplosa..”, concluse lui per me. E si staccò per andare a controllare lo scempio alle mie spalle. Degno finale. D’altronde anche Rett Butler aveva mollato Rossella da sola con Melania incinta, per andare tardivamente ad arruolarsi. “Ehi, il fornello è ancora acceso..”, disse, prendendo in mano con decisione la situazione. Lo spense, prese uno straccio e dello scottex e iniziò a ripulire tutto con una precisione incredibile. Trovò i pezzi sparsi dell’ordigno e li buttò nella spazzatura. Io lo guardavo incantata. Era proprio come se fosse a casa sua. Che era mia, quindi..

“Quindi hai fatto proprio la figura dell’idiota”, mi fece eco nella testa la vocina cattiva. Veramente? Che orrore. Forse era vero ma la verità era che non me ne importava proprio un bel niente. Guardavo Francesco e mi sembrava che appartenesse a quella casa da sempre. “Tutto è bene quel che finisce bene!”, esclamai. Ma ero ben lungi dall’essere sicura che quel week end sarebbe finito bene. E, se sì, per chi sarebbe finito bene? Francesco doveva aver visto un lampo allarmato nel mio sguardo. “Che succede? Tutto ok?”. “Si!”. Mi ripresi con decisione e, sempre per prendere tempo, presi una nuova caffettiera, gli schiacciai l’occhiolino con sguardo d’intesa mentre versavo dentro l’acqua,  rimisi il caffè sul fuoco. A quanto pare mio fratello – bontà sua – ci avrebbe portato in barca.

Era frustrante avere una barca e non poterla usare a mio piacimento. Purtroppo dovevo dipendere da miei fratelli. Che strazio! Lo so, lo so, nessuno mi aveva mai impedito di prendere la patente nautica. Avrei potuto benissimo prenderla, ben inteso, ma ci sono dei momenti cruciali, in cui si prendono delle decisioni importanti che possono condizionare il tuo futuro. Così, in un momento “x” della mia vita, abdicai per sempre al ruolo del capitano per abbracciare quello del passeggero. Il che, aveva dei notevoli lati positivi ma comportava anche il fatto di dover stare all’asciutto in una pazzesca giornata di sole, come quella di quel giorno, a meno che, un patentato di buon cuore, mosso a pietà, non avesse deciso di portarmi. E così fu. Per l’appunto, il patentato in questione, mio fratello Giovanni, stava vercando il cancelletto del giardino seguito da Marta, Renzo, il mio socio di Roma, Vanni ed Elisabetta, una coppia di amici di mio fratello e di Marta, la sua dolce metà. Ma dov’era Giacomo? Ah sì, stava arrivando.

“Ah, che bella giornata!”, esclamò Renzo entrando e appoggiando un vassoio di paste e croissant sul tavolo. Poi, guardando dalla mia parte, lo vidi sospirare con aria sognante. Avevo già capito tutto. Renzo era il mio amico gay, nonché mio socio dell’agenzia di organizzazione eventi che avevamo a Roma, la B&B Associati, che stava, non per bed & breakfast, ma per Brand & Business. Sospirava, naturalmente, non alla mia vista ma a quella di Francesco che era vicino a me sulla portafinestra della cucina tenendomi la mano intorno alla vita.

La mano intorno alla vitaaa? Ma che caspita..! Giacomo stava entrando a sua volta. Feci appena in tempo a schizzare verso il tavolo ed ad afferrare il vassoio delle paste con la scusa di offrirle. Naturalmente, con grande coda di paglia, mi diressi subito da Giacomo. “Pasta? Il caffè è quasi pronto!”. Giacomo, che, lo notavo solo allora, aveva le mani piene di oggetti che avevano riportato dalla barca, mi diede un’occhiataccia. “Non adesso. Ma non vedi che ho le mani impegnate? Dai spostati!”, e senza degnare di un’occhiata il vassoio mi scansò per andare verso la casetta degli attrezzi. Ci rimasi male. In più avevo la brutta sensazione di strafare. Il mio stato d’agitazione e il mio senso di colpa erano così evidenti come me li sentivo io? “Pasta amore! Dovevo dire “pasta, amore?”! Uffa, l’ho rifatto!” pensai con sconforto. Ma perché ero così debole? Dovevo assolutamente far arrivare a Francesco il messaggio che Giacomo era il mio fidanzato. Ogni secondo che passava non faceva che aggravare la mia situazione. Francesco, già aveva la mano intorno alla mia vita. Se non gli avessi detto come stavano le cose, la mia posizione, quando l’avesse scoperto – perché l’avrebbe scoperto! – sarebbe stata quanto meno equivoca.

“Intanto pensiamo alla colazione. Una cosa per volta.”. Giacomo era impegnato a sistemare quello che aveva portato nella casetta degli attrezzi così io avevo qualche attimo di respiro. Non è che dovessi dirlo subito, no? Così, tornai in cucina e portai fuori caffè, tazzine, zucchero e quant’altro servisse per la colazione. Cercavo di non guardare mai troppo Francesco per paura che qualcuno si potesse accorgere di quello che mi stava succedendo. Lui si era seduto e chiacchierava amabilmente con tutti.

“Mamma mia!”. Renzo mi aveva raggiunta in cucina mentre stavo preparando una nuova caffettiera. “Hai visto? Dico, hai visto?”. Dava l’impressione che gli occhi gli stessero per schizzare fuori dalle orbite. Era chiaro che alludesse all’ospite inatteso. Non riusciva a non ridacchiare. Sicuramente per il nervoso. “Cosa?”, gli risposi con aria innocente mentre mettevo di nuovo la caffettiera sul fuoco. “Mi chiedi cosa? Proprio tu?”, disse mentre mi fissava incredulo. “Lisarè..ma famm’ ‘o piacere..!”. Renzo era di Napoli e nei momenti di coinvolgimento emotivo non riusciva a trattenere le tipiche espressioni dialettali che a me facevano molto ridere. Le diceva con una tale enfasi!

“Si, non male..”, dissi per accontentarlo. “Ti piace?”, gli chiesi. “A me si, ma il mio sesto senso mi dice che purtroppo lui non è dello stesso avviso”. “Mi sa tanto di no”, risposi, e gli feci un’occhiolino d’intesa. Io e Renzo ci conoscevamo ormai da tanti anni e di me sapeva quasi tutto. Diciamo che era uno dei miei confidenti preferiti. Fare finta di niente con lui era perfettamente inutile. “Taci che mi è sceso un colpo quando sono scesa giù e me lo sono trovato davanti!”, gli confessai abbassando la voce. “E ti credo!”, non potè fare a meno di dire.

“Comunque anche a lui la sottoscritta non dispiace..Ma..che non te ne esca niente con nessuno eh? Con nessuno, capito?”. “Lisarè, non ti preoccupare. Stai in una botte di ferro. Ma racconta, dai, dimmi, dimmi..”.

“Che state confabulando voi due? Cos’è che non deve dire Renzo?”. Il tono freddo e sarcastico di Giacomo mi arrivò come una pugnalata alle spalle. Ci girammo e sulla porta della cucina Giacomo mi guardava con aria fredda. Doveva aver fatto il giro della casa. Un brivido gelato mi attraversò la spina dorsale. Giacomo era geloso ma non lo ammetteva e quindi metteva in atto delle rappresaglie poco simpatiche per sfogare la sua rabbia. Conoscevo quel tono e devo dire che non mi sentivo per niente a mio agio. Ora il problema era..cosa aveva sentito esattamente?

“Giacomo!”, esclamai, “quando ti fermi un attimo che stamattina non ci siamo neanche salutati?”, e così dicendo mi avvicinai a lui. Mi sollevai un pochino sulle punte dei piedi per baciarlo ma lui mi afferrò con una certa forza il braccio e mi tenne a distanza.

“Che c’è?”, feci io, con un’aria un po’ scocciata. “Che c’è?”, mi rispose lui con un tono gelido, “lo chiedo a te, cosa c’è?”. Cercai di guardarlo con l’aria più innocente di questo mondo, sguardo tipo Bambi-davanti-al-cacciatore-che-sta-per-sparargli, ma lui non mollava la stretta e mi fissava con un’aria..terribile. “Ok.”. Pensai rapidamente a tutte le cose che avevo detto in sequenza. “Va bene, facciamo finta che abbia sentito quasi tutto, diciamo pure tutto..che cosa gli racconto adesso?”. Poi, l’illuminazione. “E’ un segreto tra me e Renzo, dai..”, partii attaccando lievemente. “Tu mi nascondi qualcosa e non mi piaci per niente in questo momento, hai capito?!”. Mamma mia. Era veramente alterato. Continuai con la mia strategia. “Guarda che non è niente che ti riguarda..e mi stai facendo male al braccio!”. Allentò la stretta e io presi coraggio. Passai quindi alle maniere morbide. “Sei proprio un ficcanaso sai? E va bene, se ne fai una questione di vita o di morte te lo dico. Scusa Renzo, glielo dico, sennò si immagina scenari da soap opera di infimo livello”. Mi girai verso Renzo che fino a quel momento era stato a guardare la scena senza osare fiatare. Gli lanciai un’occhiata come per dire “reggimi il gioco o ti ammazzo” e poi, prodeguii dritta e sicura  verso la meta. “Allora, il segreto è che quel ragazzo, come si chiama..ah, sì, Francesco, beh..secondo Renzo è completamente gay e pare che ci abbia anche provato. Capito adesso? Gli stavo dicendo di tenersi tutto per sé visto che non mi sembra un argomento da pubblico dibattimento…tutto qui.”. Lo guardai fisso negli occhi con l’aria ingenua di quella anche un po’ seccata da tanta invadenza fuori luogo e aspettai. Tra pochi istanti avrei scoperto esattamente se aveva sentito tutta la conversazione oppure no. Giacomo mi guardò, poi guardò Renzo, sempre con lo sguardo da sfinge e alla fine cambiò completamente espressione. “Ancora con queste storie? Renzo! Secondo te sono tutti gay!”. “Lui lo è. Lo è!”. Renzo era entrato nel ruolo. “Dovevi vedere che sguardi mi lanciava..anzi, adesso ti racconto tutto e mi dici cosa ne pensi, eh?”. Che genio il mio amico!! La minaccia di confessioni tra uomini era perfetta per Giacomo che infatti, come da copione bofonchiò qualcosa tipo “va beh, va beh, magari dopo”. “Ok. Vado, controllo, getto ami e poi vediamo se non avevo ragione!”, rispose Renzo e subito ne approffittò per svignarsela. Scoppiai in una risata liberatoria e finalmente salutai decentemente il mio fidanzato con un lungo bacio appassionato. “Sei geloso allora..”, gli sussurrai ancora abbracciata a lui. “Geloso io? Ma figurati! E’..è solo  che conosco quel modo di fare che hai avuto da quando ti sei alzata e non mi piace. Le bugie non mi piacciono e neanche i sotterfugi”. “Perché? Che comportamento ho avuto?”. Allora si vedeva così tanto? “Sfuggente amore, sfuggente”. Mi guardò ancora per un secondo con quello sguardo freddo e indagatore e sentii il solido brividino freddo lungo la spina dorsale. Lo guardai meglio e capii che se l’avessi perso…no. Non volevo neanche pensare lontanamente a una cosa del genere. Gli sorrisi, lo baciai e gli dissi con un sorrisetto “sarà..per me sei geloso..”.

“Tutto bene qui?”. Marta, che secondo me, aveva già inquadrato la situazione, entrò con delle buste della spesa e le appoggiò sul tavolo.

“Bene, bene”, rispose Giacomo poco convinto. Marta mi lanciò uno sguardo interrogativo. “Su, dai, muovetevi che la barca è pronta, il tempo è fantastico ed è ora di andare. Dobbiamo portare delle cose per pranzo”, disse tirando fuori dalle buste della spesa un sacco di cose buonissime. Cose buonissime che io non avrei mangiato. Già non ero particolarmente abbronzata, quindi era da evitare accuratamente l’effetto pancia gonfia proprio davanti a uno come Francesco. Dieta forzata. A oltranza. “Avete bisogno d’aiuto qui? Sennò vado a preparare le borse”. Giacomo sembrava tornato normale, il pericolo, per il momento era passato. “Tranquillo, tranquillo, vai a preparare che qui ci pensiamo noi” e sulle parole di Marta, Giacomo si dileguò, non prima di avermi dato un bacio. Una volta a debita distanza iniziai a fissare Marta con aria disperata. “Marta..” esordii. Marta era fantastica. Mi capiva al volo. Sapevo che in lei avrei trovato sempre comprensione, complicità e la certezza del silenzio assoluto, anche con mio fratello. “Si?”, disse guardandomi con aria maliziosa. “Che stai combinando? Quella faccia non me la racconta…allora?”. Non risposi direttamente. Non sapevo neanche come articolare quello che mi passava per la testa. Dissi solo,  “Ma chi è questo Francesco? Tuo cugino? Ma da che parte? Non ne sapevo niente della sua esistenza! Come mai è qui?”.

“Ahahahaha!”. La risata di Marta era sintomo che mi aveva sgamata in pieno. “Lo sapevo”, continuò tra le risate “lo sapevo!”. “Sapevi cosa?” le risposi. “E’ carino eh? Sorpresa sorpresa!”. Iniziai a ridere anche io più per il nervoso che per altro. Era ufficiale. La cosa mi aveva preso oltre misura. I sintomi c’erano tutti. Sentivo l’adrenalina che mi scorreva a fiumi nelle vene. Era tutto troppo divertente. Mentre ridevo, involontariamente guardai fuori, oltre i vetri socchiusi  della porta finestra che dava sul giardino e lo vidi. Mi stava fissando con uno sguardo..uno sguardo che parlava da solo! Si accorse che l’avevo visto e l’espressione passò da quella di Mickey Rourke in “Nove settimane e mezzo”, scena dello strip  per l’esattezza, ad una più innocua stile Hugh Grant in uno qualsiasi dei suoi film. Comunque il succo non cambiava. L’avevo sorpreso! Ora sapevo. Gli piacevo! E non poco. Il cuore iniziava a saltare togliendomi il respiro. “Martaaaaa aiuto! Aiuto aiuto aiuto. Hai..visto? Questa volta è la fine!”. Marta appoggiò sul tavolo il coltello con il quale stava tagliando i panini, e mi fissò. “Ma stai scherzando?”, mi chiese. “No”, le risposi un po’ mesta, “non scherzo. Non so cosa mi sia successo. Non riesco a trattenermi. Mi piace tuo cugino. E’ una follia! Una follia!”. Ripetei il concetto della follia con una certa enfasi per cercare di convincermene.. “e credo che la cosa sia reciproca..”. Poi la fissai negli occhi stringendole il braccio. “Tu ci credi ai colpi di fulmine? Dimmi, ci credi? Perché sta succedendo, proprio qui, adesso, nel momento più impensato!”. Marta staccò dito per dito la mia mano che si era arpionata al suo braccio. “Adesso calmati, però eh?”. “Marta!” continuai. “Si, che c’è? Dimmi. Però aiutami con questi panini sennò facciamo troppo tardi.”. Presi un coltello dal cassetto e come un automa iniziai a tagliare e imbottire senza badare troppo a quello che ci stavo mettendo dentro. “Il problema è”, continuai, “che io sto con Giacomo, no?”. “Sii..”. Marta si sforzava di seguirmi. “E quindi?”. “Quindi..se Francesco lo scopre gli si spezzerà il cuore!”. Certo! Non era tanto per me ma per lui. Che delusione. E che imbarazzo. Immaginavo la scena dopo che l’avesse saputo. Sguardi sfuggenti, mezzi sorrisi, aria tesissima. Dovevo evitare tutto ciò. Dirglielo significava rovinare a tutti un fantastico week end. Almeno a me l’avrebbe rovinato di sicuro. “Adesso che gli si spezzi il cuore mi sembra un po’ azzardato”. “Ma lui è single?”, la interruppi. “Sai che non lo so? Se vuoi indago. Ma nel frattempo cerca di trattenerti. Mi sembri pazza, sai? No, non sto scherzando. Guardami.”. La guardai. “Allora. Io sono dalla tua parte ma ti devo avvertire che stai scherzando col fuoco e poi..Giacomo questo non se lo merita”. La cosa mi fulminò. Mi sentii immediatamente un viscido verme strisciante. Eppure, strisciando strisciando, sentivo una leggerezza al cuore! Che il verme si stesse trasformando in una bellissima farfalla?

Detestavo sentirmi così, con due sentimenti così forti e contrastanti tra loro. C’è da perderci la testa. La soluzione era fare uno sforzo di volontà non indifferente ed io, fino ad allora, non ero stata certo famosa per la mia proverbiale forza di volontà! Sapevo benissimo cos’era giusto fare, ma il pensiero di dover rinunciare mi faceva stare malissimo. “Magari sbatto in faccia la porta all’uomo della mia vita!”, esclamai. “Se si fa sbattere la porta in faccia vuol dire che non è l’uomo della tua vita..”, mi rispose Marta, continuando a preparare il pranzo, senza neanche guardarmi in faccia. Era vero, era assolutamente vero! “Se è l’uomo giusto non si fermerà davanti a niente!”. Mi feci forte di quel pensiero e decisi di essere coraggiosa. Alla fine la vigliaccheria non paga mai. Poi, chissà, magari si sarebbero scatenate altre dinamiche alla notizia! “Occhio! Che fai!”. La voce di Marta mi risvegliò da quella specie di stato di trans. Ops..stavo mettendo una presina dentro il panino. “Ok. Concentriamoci, centriamoci e affrontiamo la realtà”. Tolsi la presina, riempii il panino con tonno e insalata  che non avrei mangiato, lo chiusi, lo misi insieme agli altri e poi dichiarai “Non sono io che devo fare i salti mortali per conquistarlo, giusto? Deve essere lui!”. “Brava tesoro. Così si fa! Adesso prendi la borsa frigo e muoviamoci che sono già le undici e mezza”. Anche Marta aveva finito di preparare tutto. “Ragazzeee??? Avete bisogno d’aiuto?” una testa riccioluta bionda fece capolino dalla porta. Elisabetta, detta Bibi perché aveva un’eterna aria fanciullesca, evidentemente si era ricordata che in cucina qualcuno stava lavorando per il bene comune. “Mi hanno spedita a vedere che succede! Sono li fuori ad aspettare”. Intanto che parlava aveva afferrato un finocchio. “Bibi, molla il finocchio e ritira le tazzine e tutto il resto dal tavolo. Qui è pronto”. Adoravo Marta quando prendeva in mano la situazione. Sembrava che nessun contrattempo potesse mai accadere sotto la sua giurisdizione. “Tutto pronto mica tanto”, dissi, “devo ancora farmi la borsa del mare!”. “Addio allora!” e col finocchio in bocca Bibi uscì in giardino.

“Vado eh?”, dissi scattando su per le scale. Volevo evitare la solita scena pietosa “tutti in piedi con le borse in spalla ad aspettare me con aria vagamente scocciata”. Non lo facevo apposta ad essere in ritardo! C’era sempre qualche contrattempo che mi impediva, all’ultimo, di essere puntuale. Così cercai di fare prima possibile. Dopo circa dieci minuti mi precipitai giù urlando “Eccomi!! Scusate! Possiamo andare!”.  Mi rispose solo il mio eco, o quasi, perchè la casa sembrava vuota. Andai verso il giardino ed era già tutto chiuso. Poi tornai in salone e vidi un biglietto sul tavolino “Noi siamo in barca..Sbrigati!!!”. Uffa! Che figura. Come al solito. Mi dovevo veramente sbrigare. Chiusi tutto, presi la borsa, il cappello da sole, mi misi gli occhialoni neri “da diva” e uscii. Che sole! Guardai davanti a me e rimasi incantata, come ogni giorno del resto, dallo spettacolo del mare liscio come una tavola con il sole abbagliante che si rifletteva sulla sua superficie. Che silenzio. Era bellissimo. “Ok. Andiamo, su!”. Presi le chiavi e mi girai per chiudere la porta d’ingresso.

“Aspetta, aspetta, aspetta!!”. Una voce alle mie spalle mi fece sussultare “Ohh!”. Poi mi girai di scatto e lo vidi, bellissimo, trafelato e sorridente. Francesco! “Ohhhh…Aah..sei tu! Che succede?”. “Dimenticata una borsa frigo”, disse avanzando verso di me “ e visto che erano tutti occupati a sistemare le cose in barca..mi sono offerto di venire qui a prenderla..”. Si era offerto? Wow. Ero senza fiato. Il mio sesto senso mi stava suggerendo che se al mio posto ci fosse stato qualcun altro, non sarebbe stato così solerte. Ma forse era solo la mia immaginazione. “Dove sarà?”, mi chiese. Ma perché stava li in piedi davanti a me, fermo, e non entrava in casa? “Penso..in cucina..no?”, gli risposi anche io impalata davanti  a lui. Feci per entrare in casa. “Non ti muovere”, mi sussurrò, Poi allungò la mano verso il mio cappello da sole.  “Che c’è?” gli chiesi un po’ sulle spine. “Shh..non parlare..”. Ecco, c’eravamo, aiuto! Che voleva fare? Baciarmi? Eh no!

“Ehi!”, esclamai.

In quel preciso istante Francesco, veloce come un fulmine, afferrò un esserino con quattro zampette scalpitanti dalla mia testa e lo scagliò nell’aiola della veranda.

“Ecco fatto”, disse sorridendomi.

“Cos’…era?”, gli domandai rabbrividendo.

“Un geco”

“Ahh che schifo!”, urlai togliendomi di scatto il  cappello. “Grazie”, gli dissi guardandolo fisso. In quel momento, mi mise due dita sotto il mento, mi sollevò un po’ il viso e mi baciò lievemente sulle labbra prima di sorridermi ed entrare in casa. Presumibilmente diretto in cucina. Io ero rimasta li,  come un’idiota. Paralizzata dalla sorpresa, fissando un punto indistinto davanti a me mentre il mio cervello cercava di realizzare quello che era successo.

Mi aveva baciata! A tradimento! Ma come..ma allora..sembrava proprio che io non aspettassi altro?? Un fiotto di sangue mi salì su, su, diretto al cervello mentre stava per montarmi una irritazione insopportabile. Ma come aveva osato? Così!?

Mi scossi, mi rimisi il cappello in testa ed entrai in casa a mia volta, diretta con passo marziale verso la cucina. Avevo già la mano sulla maniglia, pronta a dar battaglia, quando il sapore di quel bacio mi arrivò sulle labbra. A scoppio ritardato. Era stato molto dolce, in effetti. Ripensandoci era stata una cosa molto carina. In fondo, lui che ne sapeva che io non ero disponibile? Ed ora? Che dovevo fare? Non potevo aspettare oltre. Dovevo assolutamente dirgli di Giacomo. Ma come facevo??

Entrai in cucina e lo vidi in giardino. Come mi vide entrare mi urlò “Io inizio ad andare! Ci vediamo li!”. “Come sarebbe a dire”, pensai, “fugge via?”. E si dileguò passando per il giardino. Forse era meglio così. Avrei usato la strada per arrivare alla barca per raccogliere tutto il coraggio e pensare a come avrei potuto fare senza ferire nessuno.

Certo, Francesco era uno sconosciuto, in fondo. Non gli dovevo un bel niente. Però..c’era un però. Mi sentivo come se dovessi lasciare un fidanzato, non come se dovessi rimettere al suo posto uno mai visto né conosciuto. E poi realizzai che in modo totalmente inaspettato, un sentimento, molto, troppo simile all’amore, si stava impadronendo di me. Il panico stava per arrivare sotto forma di tremolio, lo sentivo. Ma che ci potevo fare? Chi può conoscere il suo futuro? Magari Francesco era l’uomo della mia vita e non me la sentivo di fare un passo falso. Poi mi venne in mente il viso di Giacomo, così familiare, così amato. Ma che mi stava succedendo? Sarei voluta sparire in quell’istante, inghiottita dalla terra e risvegliarmi tra un anno per vedere cosa sarebbe successo. Le tempie iniziavano a pulsare e il caldo..oh, quel caldo stava diventando un fuoco arroventato. Mi ero seduta in cucina. Immersa nei miei contraddittori pensieri avevo perso la cognizione del tempo. Ad un tratto il cellulare che squillava a tutto volume mi fece tornare alla realtà..o meglio, alla triste realtà. Risposi.

“Alloraa??”. La voce alterata di mio fratello risuono attraverso il cellulare per tutta la cucina. “Eccomi, eccomi..c’è stato un contrattempo, non ti puoi immaginare!”

“cosa?? Come..?”. Non parlava a me.

“Ah, ok, Francesco mi ha spiegato tutto. Sbrigati però”. E chiuse il telefono. Inorridii. Ma che cosa si era inventato Francesco? Non avrà…?

Mi rimisi in piedi, chiusi tutto e mi precipitai verso la barca sotto il sole infuocato del lungomare che a quell’ora era deserto. Arrivata sulla banchina li vidi tutti pronti sulla barca. “Dai!”, mi fece mio fratello con tono tra il seccato e l’impaziente, “va bene tutto..capisco le emergenze ma..sei sempre in ritardo! Non è possibile!”.

Ormai ero a bordo e Giovanni stava allontanando la passerella per lasciarla in banchina. Erano tutti seduti in pozzetto tranne Giacomo e Francesco che stavano a prua per le manovre di partenza. Entrai dentro per lasciare nella mia cabina la borsa. Dall’oblò che dava sul ponte anteriore li potevo vedere entrambi. Tutti e due bellissimi, in modo così diverso. Rimasi come sospesa in contemplazione con il cuore sdoppiato e il fiato sospeso. Dovevo assolutamente scoprire che cosa si era inventato Francesco per giustificare il mio ritardo. Che pazzo! Poteva avvertirmi però! La barca iniziava a spostarsi. Giacomo e Francesco erano sempre li. Chiacchieravano come due vecchi amici. Ma cosa si stavano dicendo? Cercai di sentire ma il rumore del vento mi impediva di distinguere le parole. Ad un certo punto mi sembrò di sentire il mio nome ma c’era veramente troppo rumore e non capii.

“Màriaaaa!!” Giovanni mi stava chiamando dal pozzetto. In effetti il mio nome anagraficamente parlando è Marialisa, scritto tutto attaccato. Mi chiamano così solo i familiari e gli amici più stretti e quando vogliono abbreviare non mi chiamano Lisa ma Mària, con l’accento sulla “a”.

“Siiii? Che c’è?” gli urlai dalla mia cabina di prua.

“Mettiamo vela! Chiudi tutto e assicurati che non ci sia niente in giro!”

“Ok!”. Io e mia madre eravamo le uniche a non soffrire il mal di mare e quindi quell’infausto lavoro toccava di solito a noi. Effetto lavatrice, a volte in centrifuga. Mi assicurai che gli oblò fossero chiusi e che niente sarebbe caduto per terra, presi il mio asciugamano e salii in pozzetto. Rimasi in piedi sulla scaletta. Diedi uno sguardo al gruppetto. Renzo stava stranamente zitto. Il fatto che mettessimo vela forse non lo entusiasmava più di un tanto. Aveva il sacro terrore degli elementi naturali e sotto sotto pensava che mettersi in loro balia fosse un enorme rischio. Così se ne stava seduto immobile, attento alle indicazioni di mio fratello che stava al timone. Marta e  Bibi chiacchieravano e Vanni, il fidanzato di Bibi, stava sistemando delle scotte. Poi guardai davanti a me e vidi la costa allontanarsi sempre di più. Il paesino si faceva sempre più piccolo e la nostra casa, rosa con le persiane verdi, si stagliava sul mare e ci salutava come ogni volta che prendevamo il largo. Era l’ultima cosa che guardavo prima di aggirare Punta Negra, il primo promontorio che si incontrava andando verso la spiaggia della “Pelosa”.

Mi resi subito conto che le manovre non mi permettevano di andare a prua da Giacomo e Francesco, quindi mi sedetti vicino a Renzo che vedevo sempre più preoccupato perché il vento si stava rinforzando.

“Renzo?”

“Si?”, mi rispose senza staccare lo sguardo dalla randa che intanto iniziava a svolgersi.

“Tutto bene?”, gli chiesi.

“Ma non c’è un po’ troppo vento?”

“E’ una barca a vela, ricordi?”. Niente. Non riusciva a rilassarsi.

“Ascolta”, gli feci per distrarlo e per cercare di scoprire qualcosa, “ma cosa vi ha detto Francesco per il ritardo?”.

“Uh? Cosa?”. Era completamente imbambolato. “Renzo, dai, ti assicuro che per oggi non naufragheremo. Ti fidi?” e lo scossi per un braccio. Forse ce l’avevo fatta.

“Ah, si, ci ha detto del nano”.

Attimo di buio. “Il nano? Ma che dice..quale nano!?” mi chiesi esterrefatta.

“Cioè?”, gli chiesi, “non c’era nessun nano, cosa vi ha detto con precisione?”. Renzo era tornato in catalessi. “Renzo! Ascoltami bene! Non so a quale nano alludesse ma devi sapere che Francesco..beh..mi ha baciata!!”

A quelle parole Renzo si scosse di colpo e iniziò a ridere come un pazzo. Io lo guardavo e sentivo che mi stava venendo da ridere.

“Dai, dimmi che vi ha detto una buona volta!”.

A quel punto Renzo, tra i singulti, disse “ha detto che..ahaha…Ha detto che c’era una bambina coi boccoli biondi vestita come la sirenetta che cercava di venderti alici sott’olio..ahaha…allora lui, che la vedeva da dietro è accorso in tuo soccorso, visto che la piccola sembrava molto insistente e tu sembravi in difficoltà e..ahaha le ha detto “tesoro, non vedi che non ci interessano le alici?”. Allora la piccola si è voltata e da dietro una folta barba nera gli ha detto “Ehi, non sei affatto il mio tipo, preferisco la mora!”…ahahaha..e tu..e tu..a quel punto gli hai risposto “Amore finalmente sei arrivato! Compra al signore una scatoletta mentre io chiudo la casa!”…ahahah..”.

Pensai seriamente che Renzo si sentisse male per il caldo e per il mal di mare e lo guardavo esterrefatta mentre non riusciva più a smettere di ridere. Poi l’idea che Francesco avesse inventato quella..non saprei come definirla..idiozia sul nano coi boccoli biondi..beh..non capivo perché l’avesse fatto! Stavo vivendo in una pièce di Ionesco a quanto pare.

“Renzo! Piantala di ridere in quel modo!”, gli urlai nell’orecchio. Renzo smise di botto e tornò in sé. “Adesso dimmi. Ha veramente detto così?!”.

“No”

“Noo? Ma allora il matto sei tu!”

Renzo iniziò a sogghignare sotto i baffi. “Dai Lisarè..eh eh..volevo vedere se ti facevo passare la cotta! Ahahah.. sai, una specie di shock improvviso..ahahaha!”

A quel punto iniziai a ridere anche io. Renzo era fantastico! In effetti per qualche secondo la cotta mi era passata per fare posto ad una visione che comprendeva pareti bianche imbottite e camicie di forza.

“Sei proprio scemo Renzo! Ahahah..ma come ti vengono! Ma cosa ha detto invece?”

“Che non trovavi le chiavi di casa”.

Ecco. Si rientrava nella realtà. Molto normale, le chiavi di casa, certo.

“Renzo! Ma hai sentito che ti ho detto poco fa? Francesco mi ha baciata! Baciata, capisci?”. Lo guardavo per essere sicura che gli fosse arrivata la notizia.

All’improvviso una raffica di vento. “Attenti! Si stramba!!!!” urlò mio fratello. Vidi che Giacomo e Francesco stavano saltando nel pozzetto. Francesco velocemente prese la scotta del fiocco, la arrotolò sul winch.

“Recupera presto!”, gli fece Giacomo, liberando l’altra scotta. Sincronismo perfetto.

La manovra era fatta e stavamo bordeggiando in bolina strettissima. Renzo era bianco come un cencio. “Che meraviglia!!”, esclamai mentre il vento mi frustava i capelli. “Si..divertente..”, sibilò Renzo con un esile filo di fiato.

“Ecco la punizione per le tue balle”, gli sussurrai, ma le mie parole se le mangiò il vento.

Eravamo tutti li in pozzetto. Ognuno perso nei suoi pensieri. Marta e Bibi prendevano il sole in silenzio. Vanni stava al secondo timone. Renzo sdraiato sul fianco più basso della barca non dava segno di vita. Giacomo mi sorrideva. Segno che tutto andava bene. Gli sorrisi anche io. Mi sentivo felice. In quella velocità che immobilizzava il tempo nulla poteva succedere. Mi sembrava tutto sospeso. Francesco guardava le vele e correggeva  l’apertura del fiocco.

“Qualcuno scenda a prendere il binocolo!”. Mio fratello sapeva benissimo che quel qualcuno dovevo essere io e mi fissava.

“Ma è proprio necessario?”, gli chiesi, visto che non avevo la minima voglia di scendere giù.

“Si”. La sua secca risposta non ammetteva repliche.

Mi alzai sbuffando e scesi giù. Mi ci volle qualche minuto per trovarlo. Presi anche una bottiglietta d’acqua dal frigo. E’ vero che non soffro il mal di mare ma sentivo che sarebbe stato meglio tornare subito su. Così feci. Ero sull’ultimo gradino della scaletta. La barca era molto inclinata. Cercai di tenermi ma avevo entrambe le mani impegnate. La condensa sulla bottiglietta mi aveva reso scivolosa la presa e persi l’equilibrio. La bottiglietta volò direttamente in mare e io caddi stringendo fra le mani il binocolo.

“Aaahhhh!!!”.  Il mio urlo tagliò il silenzio e risvegliò i dormienti nel pozzetto. Poi il buio. Quando riaprii gli occhi la prima cosa che vidi fu il viso di Giacomo. La rughetta tra le sopracciglia era più evidente che mai, segno che si era veramente preoccupato moltissimo.

“Che è successo?”, dissi, o meglio, bisbigliai.

“Devi ringraziare Francesco se hai ancora la testa integra”, rispose mio fratello. Il suo tono era scherzosamente sarcastico come al solito ma mi accorsi che la voce tradiva una certa preoccupazione.

“Ma cosa è successo? Francesco..?”, chiesi di nuovo cercando di muovere la testa per vedere dove fosse il mio salvatore.

“Ehi, ferma, ferma, sono qui”. La sua voce era vicinissima ma non riuscivo assolutamente a vederlo. “Dietro di te”, concluse e si fece avanti. Lo vidi. Mi sorrideva.

“Mi hai fatto preoccupare da morire! Possibile che ancora non hai imparato che in mare non si scherza? Potevi fare due viaggi e tenerti piuttosto che portare tutto insieme e rischiare l’osso del collo!”. Giacomo era veramente duro. Ma insomma! Invece di essere dolce e carino, visto che avevo rischiato di morire, era acido e mi sgridava neanche fosse mio padre.

“Dai Giacomo..lascia perdere, non ora. Non vedi che è ancora sotto shock?”. Marta per fortuna interveniva sempre quando capiva che la situazione diventava spiacevole. Mi sorridevano tutti tranne Giacomo. La sua aggressività mi stupiva parecchio.

“No, non lascio perdere. Per salvarti Francesco si è distrutto la mano! Sei un’irresponsabile. Se stessi più attenta invece di stare sempre con la testa tra le nuvole, non ci sarebbe bisogno di atti di eroismo da parte di nessuno!!”.

A quel punto, anche se ancora con la mente offuscata e un mal di testa che cresceva ogni secondo di più, capii. Giacomo era geloso! Era irritato perché Francesco mi aveva salvato e lui no. Mi scappò un sorrisetto involontario.

“Cos’hai da ridere, si può sapere?”. Il tono tagliente di Giacomo strideva tremendamente. Si rendeva conto che la sua scenata era completamente fuori luogo?

“Io ho fatto solo quello che chiunque avrebbe fatto al mio posto. Ero il più vicino..”. Francesco si stava giustificando e non ce n’era proprio bisogno. Giacomo era odioso.

“Basta..”, dissi, sempre con un filo di voce, “Basta..dai..per piacere”.

“Jamme jà, non esageriamo su! Tutto è bene quel che finisce bene! Lisa non si è fatta niente di grave ed è sceso anche il vento. Io..toglierei le vele”. Renzo era tremendo. Si preoccupava più che per la mia salute, per la sua incolumità fisica, felice che adesso avremmo messo motore e saremmo arrivati alla spiaggia della Pelosa in poco tempo.

“Ammainare!”. Giovanni aveva ripreso in mano la situazione.

Mi resi conto che ero sdraiata su uno dei sedili ed ero avvolta in un asciugamano. Non riuscivo a muovermi benissimo. I ragazzi erano impegnati a sistemare la barca. Marta e Bibi erano vicine a me.

“Vuoi qualcosa tesoro? Acqua?”. Bibi era proprio carina. Dalle loro facce capii che avevano passato un brutto quarto d’ora.

“Mi dite cos’è successo esattamente? Non ricordo nulla.”.

“Ci credo, hai sbattuto la testa. Se Francesco non fosse intervenuto te la saresti proprio rotta, sai?”. Bibi non usava tanti giri di parole.

Rabbrivvidii. Improvvisamente iniziavo a rendermi conto di cosa avessi rischiato.

“Cioè?”

“Cioè hai perso l’equilibrio. Stavi per sbattere la fronte contro lo spigolo del tavolino e Francesco, non so come abbia fatto, si è letteralmente fiondato verso di te, ha messo la mano tra lo spigolo e la tua testa e poi ti ha preso al volo. Ma hai dato un colpo così forte che sei svenuta lo stesso.” Bibi esitò un attimo poi aggiunse “comunque non è vero che fosse lui quello più vicino a te”.

“No?”, feci io.

“No, tesoro”, intervenne Marta, “Il più vicino a te era Giacomo. Intendiamoci, anche lui si è mosso, ma Francesco è stato più veloce. Non so neanche come abbia fatto!”.

Rimasi veramente colpita.

“Secondo me Giacomo è geloso, che dite?”. Bibi e Marta si lanciarono un’occhiata significativa. “Altrimenti non si spiega tutta quella rabbia”.

“Ce l’ha con se stesso perché non è stato altrettanto veloce”, disse Bibi pensierosa.

“Si, però stranamente attacca me, come al solito”

“Ti ama moltissimo, non dimenticarlo”. Marta sembrava leggermi nei pensieri e cercava di difendere il mio fidanzato.

“Mi ama, si, però a volte sembra che lo irriti oltremisura”.

“Adesso basta dai. Riposati un po’ e non ci pensare più, ok?”

“Ok”

Sorrisi a Marta, chiusi gli occhi e cercai di rilassarmi. Ma i pensieri non mi lasciavano in pace. Ero irritata con Giacomo. Non era la prima volta che per sfogarsi aveva dei modi freddi e aggressivi. La cosa mi aveva sempre dato fastidio ma capitava così di rado che era sopportabile. Però oggi forse avevo rischiato di morire e lui invece di rassicurarmi mi aveva attaccata. Per sfogarsi. Era un egoista. Era vero. Metteva sempre se stesso e i suoi fastidi davanti a me. Non me ne ero mai resa conto prima, ma oggi era diverso. La delusione si faceva strada dentro di me. E riemerse anche l’annosa questione del fatto che non voleva trasferirsi a Roma costringendomi a viaggiare in continuazione. Tutti i motivi di nervosismo nei suoi confronti stavano riemergendo. Non era giusto!

“Come va la testa?”. Riconobbi il tono dolce e caldo di quella voce. Aprii gli occhi e lo vidi. Bello come il sole. In quel momento ancora di più ai miei occhi.

Francesco mi guardava e mi mise la mano sulla fronte, proprio dove mi ero fatta male. Notai che aveva la mano fasciata.

“Ehi”, dissi, prendendo la sua mano tra le mie per guardare meglio cosa si fosse fatto. Notai che le bende erano un po’ sporche di sangue.

“Che ti sei fatto? E’ uscito del sangue? Mi dispiace tantissimo..io..”. Non parlava ma mi guardava. “Oddio scusa! Grazie, grazie, grazie! Non ho abbastanza parole per ringraziarti..tu mi hai salvato la vita..”.

Rise. “Non esageriamo! Al limite ti ho evitato un po’ di punti e forse una cicatrice!”.

“Beh..comunque grazie mille. Ti sono debitrice!”

Francesco mi guardava. Poi ad un tratto abbassò lo sguardo e disse “Il tuo fidanzato mi ha fatto una fasciatura semi professionale..è bravo..”.

Rimasi senza parole, probabilmente sbiancai in viso e rimasi a fissarlo, credo con gli occhi sbarrati. L’aveva saputo! Lo sapeva! Ora tutto cambiava.

“E’ anche molto fortunato”, aggiunse piano. Si stava toccando la mano fasciata e non mi guardava. “Ti fa male?”, gli chiesi tanto per rompere quell’atmosfera di imbarazzo che si era creata non appena aveva pronunciato la parola “fidanzato”. Sollevò per un istante lo sguardo. Vi vidi un lampo che sembrava quasi divertito mentre lo sentivo dire “Cosa? La mano o…”.

“O..?”, gli feci eco. Aprì lentamente la mano e se la posò sul cuore. Poi mi guardò in un modo che non dimenticherò mai. Era uno sguardo dolce, profondo e struggente. Ma la cosa che mi fece sussultare fu leggere una certa non-rassegnazione nei suoi occhi. Avvampai in viso e sperai che il rossore si confondesse con l’abbronzatura. Mi resi conto che in pozzetto non c’era nessuno. Dov’erano finiti tutti?E Giacomo? Come mai non veniva da me?

“Dove sono tutti?”, gli chiesi.

“A prua, c’erano dei delfini..”

“Bello!”. Cercai di sollevarmi ma un tremendo capogiro mi fece rimettere immediatamente giù. Francesco non si muoveva. Il fatto che lui fosse li con me era così rassicurante. Però che spavalderia! Non si faceva intimorire dalle circostanze. Sapeva cosa voleva. Me. O almeno così mi sembrava. Il destino è veramente sorprendente. Un giorno, quando meno te lo aspetti, la tua vita viene messa in discussione. Ed è così difficile resistere ma anche capire cosa sia giusto o no. L’unica cosa da fare è seguire il proprio cuore. Farsi trascinare dai sentimenti. “Farsi trascinare un corno!”. Oddio! La vocina buona voleva rovinare tutto. “Non puoi ignorare e non rispettare una persona che ti ama, così, da un momento all’altro”. Continuava, era veramente insistente.

“Basta! Di vita ce n’è una sola!”. La vocina perfida tirava su la testa. “Stai con qualcuno perché lo ami e ti fa felice, non per compiacerlo a tuo discapito”.

“Insomma tu ami Giacomo o no?!”. Le due  vocine avevano parlato insieme. Era grave.

In quel momento, sarà stato per il colpo in testa, per il fatto che Francesco fosse li con me così protettivo – egiacomochissàdovediavoloerafinito – beh..per la prima volta da due anni, per un istante pensai di no. E la cosa mi spaventò. Mi sembrava veramente tutto irreale. O meglio..io sentivo d’amarlo ma l’attrazione per Francesco era veramente devastante. Quindi cosa voleva dire tutto ciò? Se provavo tutto quello che stavo provando per Francesco allora…La testa mi stava esplodendo. A quel punto lo vidi. Giacomo stava in piedi vicino all’albero e mi guardava. Ebbi come l’impressione che avesse letto nei miei pensieri e abbassai colpevolmente lo sguardo. Intanto avanzava. Francesco non se ne era accorto e io non riuscivo a emettere un solo fiato. Non sorrideva per niente.

“Scusa, Francesco, ti dispiace lasciarci soli un attimo?” Giacomo aveva un tono agghiacciante che non ammetteva repliche. Mentre Francesco, preso alla sprovvista, si alzava e andava via, lessi negli occhi del mio fidanzato una certa ira repressa che conoscevo molto bene. Appena Francesco sparì dalla nostra visuale, Giacomo si avvicinò, si sedette accanto a me e in un secondo mi baciò in un modo direi..all’ultimo respiro  mentre mi stringeva a sé come se sentisse che gli stavo scivolando tra le dita. Poi, sempre tenendomi stretta mi sussurrò all’orecchio “Ti amo piccola. Scusa se ti ho trattata un po’ male ma avevo le mie buoni ragioni..”.

“Ma cosa ho fatto?”

“Non riguarda te..almeno direttamente”

“Ma chi allora?”

“Adesso riposa. Poi, quando ti sentirai meglio, parliamo, ok? Stiamo per buttare l’ancora”. Giacomo si stava alzando e io lo afferrai per un braccio. Un improvvisa sensazione di perdita mi stava avvolgendo facendomi star male.

“Giacomo..”

“Si?”

“Non mi lasciare, stai qui con me. Se la caveranno anche senza di te Stai qui. Ti prego”. Sperai con tutte le mie forze che rimanesse.

“Dai, vado, sono qui tesoro. Hanno bisogno di me”. E andò via.

“Anche io…” sussurrai piano a me stessa …(continua)

 

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